
Quando s’incomincia a ragionare sul “mondo giovanile”, si può iniziare da noi stessi ponendoci una serie di domande: “chi sono, per noi, i giovani?”, “di cosa hanno bisogno?”, “come si fa a coinvolgerli?”, “se noi fossimo giovani quali opportunità ci stimolerebbero?”.
Seguendo questa logica si ha la percezione di perdere dei pezzi preziosi: un approccio sociologico ci porterebbe a pensare che, prima di ipotizzare interventi sociali, noi dobbiamo essere in grado di dare un’interpretazione del fenomeno, raccogliere dei dati e ipotizzare una linea operativa congrua alla lettura che, noi esperti, abbiamo della “realtà”; l’ottica psicologica, invece, ci porta ad analizzare le dinamiche intergenerazionali, gli aspetti legati al vissuto, gli eventi di crisi affrontati o meno durante la vita dei ragazzi...
Riflettendo, secondo questo ordine di idee, emergono due chiare posizioni:
1. Nella visione personalistica siamo eccessivamente coinvolti. Per cui la nostra politica è ba-sata su come noi interpretiamo il fenomeno, su cosa, secondo noi, dovrebbero o non dovrebbero fare i giovani, ossia una visione autoreferenziata della realtà.
2. Oppure, seguendo l’approccio scientifico, possiamo correre il rischio di basare le nostre scelte operative su valutazioni fredde e distaccate, prive di emozioni.
Come possiamo affrontare il problema?
Implicitamente tutte e due gli approcci portano con se aspetti importanti: il primo mette in evidenza la PASSIONE: stare a contatto con i giovani richiede passione, energia positiva, capacità di identificarsi con il mondo dei giovani, il loro modo di percepire la vita.
La scienza sociale, viceversa, porta con se la capacità di interpretare i fenomeni attraverso strumenti che ci permettono di avvicinarci molto alla loro realtà, possiamo approfondire più aspetti, più punti di vista e in questo modo organizzarci meglio.
Noi pensiamo che la giusta via di mezzo sia mettere al centro dei nostri pensieri operativi i giovani, mettendo a loro disposizione la nostra passione e il nostro sapere.
Loro sono i protagonisti, gli “attori principali”, le Stars di questo palcoscenico che è la vita.
Pensiamo che gli adulti abbiano la responsabilità di “difenderli” da messaggi che essi stessi hanno costruito: loro chiedono un senso, un significato e noi (adulti) sentiamo il dovere etico e morale di aiutarli in questa avventura.
Perché la prevenzione al disagio non sempre è efficace?
Massimo Buscema, uno studioso di comunicazione, ha applicato molti aspetti dei suoi saperi all’interno di interventi di prevenzione al disagio giovanile, in particolare ai problemi correlati alle dipendenze, e si è reso conto di quanto sia complicato attuare “cambiamenti” se non si prendono in considerazione tutti gli “spazi” in cui il giovane interagisce.
Ad esempio, può succedere che all’interno della scuola si attui un validissimo intervento di prevenzione alle tossicodipendenze, bravissimi professionisti si fanno carico di interagire con i gruppi classe di tutto l’istituto e ai giovani si propone una valida opportunità per riflettere e ragionare. Gli insegnanti notano che il livello di interesse dei loro allievi è molto alto, i feedback sono positivi e sia il corpo docente che gli alunni manifestano di aver gradito l’iniziativa.
Ecco: se un intervento così ben recepito non prende in considerazione che ogni alunno è appartenente non solo al sistema scolastico ma, nel contempo, al sistema famiglia, al gruppo dei pari, a diversi gruppi ricreativi e/o culturali, che questi sistemi hanno la necessità di mettersi in co-municazione tra loro, perché è necessario uno scambio di informazioni, un alto livello di coope-razione, può succedere che il nostro bellissimo intervento di prevenzione rimanga lettera morta diventando, perciò, inefficace.
La ricerca del senso attraverso i modelli educativi
Non ci sono solo i giovani che sono alla ricerca di un significato nella vita: diciamo che la maggior parte dei giovani non si è ancora arresa o che loro, forse, sono più avvantaggiati in quanto giovani.
A rigor di logica i così detti modelli educativi debbono trasmettere messaggi di speranza e di positività che a volte sembra sfuggire. Il nostro mondo corre veloce: ricordo un mio caro amico che mi raccontava di quanto lui preferisse spostarsi in treno rispetto all’aereo. Mi diceva che in treno aveva la possibilità di guardare dal finestrino, accorgersi della modificazione del paesaggio, mentre in aereo tutto questo non gli era possibile.
Il mio amico ha ragione: noi siamo troppo presi e concentrati a scendere da un aereo all’altro e non facciamo attenzione ai particolari. Ci perdiamo un sacco di cose: siccome siamo iper impegnati non riusciamo a cogliere le peculiarità dei nostri figli che crescono, mentre un loro chiaro bisogno è che noi facciamo attenzione alle sfumature, ai piccoli dettagli che dal nostro aereo non riusciamo a vedere.
Sono sicuro che il mio amico ha ragione: mi è capitato di arrivare a casa la sera e chiedere a una delle mie figlie come fosse andato il compito in classe: “bene papà”, “brava sono contento di te!”. Cosa c’è che non va in tutto questo? Non va il fatto che io ho preso un aereo velocissimo: lei doveva fare un compito, il compito è andato bene, le dico brava, fine. Penso di essermi perso dei pezzi:
1) mia figlia, prima del compito era impaurita o sicura di sé?;
2) come stava?;
3) le ho mai raccontato di come mi sentivo io al suo posto?;
4) è contenta di se stessa?.
Diciamo che non possiamo trovare significato nella vita muovendoci così veloci.
Il mio amico aveva proprio ragione.
I modelli educativi sono andati in crisi molti anni fa, in quanto la loro interpretazione era basata su aspetti pressoché infallibili: il “modello” si proponeva, attraverso la sua convinzione, che era lui il tutore della verità, del saper distinguere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Con tali presupposti i modelli non hanno potuto far altro che andare in una profonda crisi dovuta al fatto di non essere più credibili. Oggi sappiamo bene dove i ruoli educativi hanno clamorosamente fallito. Per cui:
Cosa fare di concreto?
• Il modello (inteso come l’adulto che interagisce con l’adolescente e/o l’istituzione) DEVE essere CREDIBILE, cioè sufficientemente maturo per ammettere i propri errori e mettersi in discussione.
• Proporsi come adulti in relazione con i giovani significa possedere la consapevolezza di avere una responsabilità grande: siamo noi gli adulti non loro.
• I più grandi cambiamenti derivano da una rielaborazione degli “errori” commessi: se pretendiamo dei giovani perfetti non concediamo loro uno dei più grandi diritti: quello di sbagliare e assumersene le responsabilità.
• La Politica deve comprendere che non è solo azione sociale (polis = città, politica = azioni per la città) ma anche modello, strumento di cambiamento e, soprattutto, portatrice di passione per gli altri e per la comunità tutta.
• Non basta pensare e proporre servizi: bisogna capire (e far capire) che questi devono es-sere connessi tra loro, perché più si alza il livello di disagio, più le persone hanno difficoltà ad orientarsi in una società complessa come la nostra.
• L’intervento da fare deve essere CON i giovani e non SU i giovani, bisogna necessariamente affrontare questi temi attraverso una visione di insieme e non settoriale: non ci sono i giovani che hanno difficoltà da una parte e, dall’altra, tutto il resto. Ci sono i gio-vani con i loro problemi in relazione con tutto il resto.
• Le politiche sociali e giovanili vanno interpretate come un aspetto di un sistema più ampio che prenda in considerazione, a sua volta, il sistema stesso.
Groove & Therapy ONLUS
A.V.
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